Alexander Langer: la “conversione ecologica” deve partire dai territori
Una “conversione ecologica”, che metta al centro non solo l’evoluzione delle tecnologie per la difesa dell’ambiente, ma anche i cambiamenti sociali e degli stili di vita per andare in contro a “un futuro amico”, che parta dalle economie del territorio incidendo però a livello globale. È questo il modello di futuro che la Fondazione dedicata ad Alexander Langer (1946-95), uno dei fondatori dei Verdi Italiani ed europei – e più in generale del pensiero ecologista – lancerà oggi pomeriggio a Bolzano in un convegno sul dopo Rio+20 e “la desiderabilità di una conversione ecologica”.
Langer stesso, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, nei suoi scritti usava questa espressione di stampo “religioso”. Facendo discendere tutto dalla necessità di un cambio di passo generale nella mentalità delle persone: “Solo una decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile” può “davvero causare la conversione di rotta”, scriveva nel 1994 nei Colloqui di Dobbiaco, introducendo uno dei suoi passaggi più noti. “Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana e onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in lentius, profundius, suavius (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso”. La conversione ecologica, insomma, sintetizzava Langer, “potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”.
Ma se è necessario partire dalle persone, non bisogna trascurare il contesto globale in cui questa svolta deve avvenire, a partire dagli squilibri Nord-Sud: “La distruzione di equilibri ambientali, sociali e umani nei paesi poveri non riguarda solo i popoli del Sud del pianeta. Come un boomerang comincia ormai a ripercuotersi sui paesi dell’abbondanza. L’emergenza ecologica, oltre che acuire la povertà e la fame, scavalca rapidamente i confini tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, tra ricchi e poveri”, scriveva Langer nel 1988. “Riconoscersi comuni debitori della biosfera, invece che controparti di un iniquo debito/credito finanziario, e affrontare insieme il risanamento del nostro comune debito con la natura non è più questione umanitaria, ma di comune sopravvivenza”, spiegava con grande lucidità.
I due piani, quello locale e quello internazionale, racconta Edi Rabini, collaboratore della Fondazione Langer e curatore, con Adriano Sofri, della raccolta di scritti di Langer “Il viaggiatore leggero” (Sellerio), sono in realtà strettamente legati: “Qualcuno ritiene che lui avesse ribaltato il motto degli ambientalisti ‘Pensare globalmente, agire localmente’. Langer preferiva dire ‘Pensare localmente, agire globalmente‘, perché il pensiero deve ancorarsi a esperienze concrete di economie locali, e da lì si può incidere poi a livello più ampio”. La conversione ecologica a cui pensava anche Langer, continua Rabini, dunque “deve partire da economie del territorio, e in questo senso una forte spinta viene dalla crisi economica. In Sudtirolo, per esempio, c’è un’agricoltura di qualità, fatta di piccoli produttori che vendono a mercati locali e Gruppi d’Acquisto Solidali. Oggi, per esempio, parlerà al convegno anche Franz Egger, agricoltore biologico e insegnante: ha un progetto con i contadini di Capo Verde, che adesso, grazie al suo aiuto, producono il vino necessario per coprire il fabbisogno della popolazione e dei turisti”.
Certo, sul piano internazionale, l’insuccesso del vertice di Rio è preoccupante: “Non è riuscito a dare il segno dell’enorme cambiamento in atto, che ha portato a una moltiplicazione dei Nord, e di conseguenza anche dei Sud, del mondo. Basti pensare agli indos Xavante, in lotta con lo Stato brasiliano, che è diventato il loro Nord”. Cosa aspettarsi per i prossimi anni? “Nei Paesi di più recente sviluppo deve maturare la consapevolezza dei danni che le loro produzioni stanno facendo all’ambiente. È una dinamica che deve arrivare a compimento, in cui l’ambiente non sia più un oggetto di scontro, ma un patrimonio comune da salvaguardare, a partire dalle singole dimensioni locali”.
I partiti dei Verdi sono in tutta Europa sostenitori di questo processo, con un discreto successo: in Germania hanno 68 seggi al Bundestag, nel Parlamento svedese 25. Cos’è allora che non ha funzionato nel partito italiano, nato con le migliori premesse grazie anche all’impegno di Langer? “I Verdi – riflette dispiaciuto Rabini – sono forti nei Paesi in cui le regole vengono fatte rispettare. È difficile pensare che il tema dell’ambiente abbia un’accoglienza forte in Paesi dove invece queste regole sono ignorate. Purtroppo, in tutta l’Europa meridionale è così e i movimenti dei Verdi hanno una vita difficile”.
Veronica Ulivieri