EcoMuvi: è italiano il primo disciplinare ambientale per il cinema
Anche la polvere di stelle inquina. Eccome. L’aura magica che nella fantasia comune avvolge il mondo del cinema non basta a preservarlo dall’impatto che, come qualsiasi altra attività produttiva, ha sull’ambiente. E chi ci lavora lo sa bene. Arriva dunque come un atto di responsabilità, da parte di chi il set lo vive quotidianamente, il primo disciplinare europeo di certificazione ambientale per le produzioni cinematografiche, messo a punto dall’italiana Tempesta Film. Fresca dei successi riportati a Cannes con Le meraviglie di Alice Rohrwacher, la casa di produzione di Carlo Cresto-Dina ha presentato il disciplinare EcoMuvi ai primi di giugno a Torino, nell’ambito del 17° CinemAmbiente.
“È bene cominciare a considerare il cinema per quello che è. Siamo un’industria, e come tale dobbiamo prendere sul serio il nostro impatto ambientale”, ha esordito Cresto-Dina, noto tra i cinefili non solo per la reputazione di produttore coraggioso e “alternativo”, ma anche per l’abitudine a parlar chiaro e agire di conseguenza. Il cinema italiano realizza circa 150 produzioni all’anno (dati Anica), che in totale, secondo stime della stessa Tempesta Film, generano 5.600 tonnellate di CO2, quantità che si potrebbe ridurre quasi del 20% adottando comportamenti di risparmio e pratiche eco-compatibili. L’idea di EcoMuvi, quindi, è di andare oltre le consuete azioni compensative, ripensando l’intero processo produttivo in funzione di un uso più intelligente delle risorse. “Non ci bastava andare a piantare qualche albero in Scandinavia a fine riprese – ha raccontato Cresto-Dina – Quello che volevamo era un protocollo di azioni flessibile e utilizzabile in diverse situazioni. Il set di un film è come un villaggio mobile: si mangia, si beve, si dipinge, si cuce, si lava, si asciuga, si viaggia, si costruisce e si distrugge. Inventare un protocollo per un set è come studiare l’impatto di un villaggio contemporaneo: diventa, scientificamente, un modello”.
Il primo passo è stato allora chiedere un finanziamento alla società elettrica Edison, per intraprendere uno studio tecnico sull’impatto dei set cinematografici e stabilire quali azioni adottare per ridurlo. Ne è nato un primo protocollo con una serie di suggerimenti pratici, applicati poi con successo durante la lavorazione de Il capitale umano di Paolo Virzì. Il progetto è dunque andato avanti e, grazie all’intervento dell’ente di certificazione Icea da semplice protocollo si è trasformato in vero e proprio disciplinare certificato (al momento l’unico in Europa), che assegna un punteggio di conformità a quanti lo adottano. Il film di Alice Rohrwacher ad esempio, con quasi 5 tonnellate di CO2 equivalente evitate, 2700 bottiglie di plastica e oltre 500 kg di rifiuti “da lunch box” risparmiati, ha ottenuto un punteggio di conformità del 34%: un motivo di orgoglio che si può ben aggiungere al Gran Prix della giuria vinto a Cannes.
Ma come si traducono, nella vita quotidiana di un set, le indicazioni di EcoMuvi? “Per prima cosa – ha spiegato Cresto-Dina – si analizza con un esperto il piano delle riprese e si stabilisce, in base alle esigenze della produzione, quali azioni di risparmio si possono mettere in pratica”. Azioni a volte anche banali, ma preziose, come dotare tutto lo staff di borracce personali per l’acqua, così da evitare il proliferare incontrollato di bottiglie di plastica, o istituire una mensa “da campo” con stoviglie biodegradabili al posto dei famigerati lunch box, fonte primaria di immondizia e di gastriti. Altri accorgimenti sono più complicati da realizzare, ma risultano fondamentali per la riduzione delle emissioni di CO2: l’allaccio alla rete elettrica locale, ad esempio, può evitare l’uso di gruppi elettrogeni ad alto consumo; la riorganizzazione dei trasporti, attraverso car pooling, car sharing e magari anche biciclette, può razionalizzare l’utilizzo di carburante e diminuire il numero di vetture in circolazione; così come gli spostamenti in treno, quando possibile, possono sostituire i più inquinanti viaggi in aereo.
“Alla fine non solo si riduce l’impatto ambientale, ma si ottiene un set più ordinato e organizzato, e persino un risparmio economico. – puntualizza Cresto-Dina – Per Il capitale umano si sono risparmiati quasi 40 mila euro: una piccola percentuale rispetto al budget medio di un film, ma pur sempre un risparmio”.
Ci sono poi le nuove opportunità professionali che un’applicazione sistematica e diffusa del protocollo potrebbe creare: figure come gli steward ambientali, che già esistono negli Stati Uniti e che Tempesta Film, attraverso appositi corsi di formazione, vorrebbe portare anche in Europa. “Abbiamo ideato dei moduli di formazione intensivi in cui si insegna ad applicare il disciplinare, a raccogliere i dati e a valutare i risultati. – spiega Francesca Andreoli, responsabile del progetto EcoMuvi – Ce li stanno già richiedendo dall’estero, soprattutto da paesi come la Slovenia, spesso utilizzati come location dalle stesse produzioni italiane”.
Ora si tratta di vincere le prevedibili resistenze di un sistema che, come tutti i settori produttivi, vive su dinamiche collaudate e tende al mantenimento dello status quo. Un aiuto in questo senso, secondo Cresto-Dina, potrebbe, anzi dovrebbe venire dalla politica: “Tanto per cominciare, il ministero dei Beni culturali dovrebbe far rientrare l’applicazione del disciplinare EcoMuvi fra i criteri per l’assegnazione delle sovvenzioni. Anche la RAI, che è un servizio pubblico, potrebbe esigerne l’adozione per le sue produzioni. E infine gli enti locali avrebbero tutto il diritto di chiedere ai set cinematografici il rispetto di un protocollo di eco sostenibilità a salvaguardia del loro territorio”. In fondo, un ciak sotto casa perde molto del suo fascino se si lascia alle spalle una scia di bottiglie di plastica.
Giorgia Marino